Solo qualche mese fa, su Link 12, Margherita Dean (giornalista freelance, corrispondente da Atene per Radio Popolare) ci aveva raccontato le conseguenze della crisi in Grecia sulle tv e sui giornali, le difficoltà e le speranze di ripartire.
Riproponiamo oggi il suo reportage, per capire quale contesto ha portato alla chiusura della televisione pubblica ERT.
LE CONSEGUENZE DELLA CRISI
REPORTAGE
DALLA GRECIA, DOVE CHIUDONO GIORNALI E TV
di Margherita Dean
Atene, 16 settembre 2012
È una dolce sera ateniese, dominata dalla luna.
Nella piazza centrale di Peristeri,
quartiere popolare di Atene, tutti i bar sono pieni; nel brulichio di persone
per lo più giovani e di chiacchiere leggere, la crisi sembra lontana. Un’immagine,
questa, che stride con la figura di Makis Gheorgiadis, quarant’anni,
giornalista, per nove impiegato nell’ormai silente canale televisivo Alter, i cui studi si trovano un paio di
strade oltre la piazza.
Makis ha un sorriso generoso: la sua storia,
insieme a quella dei circa 650 colleghi di Alter,
tra giornalisti, tecnici e amministrativi, è emblematica di ciò che è successo
in Grecia nell’ultimo decennio. Il boom
economico, seguito dal tracollo che ha svelato la verità: se non tutto, molto
del benessere raggiunto era fondato su basi deboli o, nel peggiore dei casi,
fittizie.
Tante bolle di sapone, piccole e grandi,
private e pubbliche; bolle piene di debito e, tra le vicende del debito privato
greco, c’è il lungo capitolo dei prestiti contratti dai gruppi editoriali del
Paese. Con la vicenda di Alter in
testa che lo scorso febbraio ha interrotto le trasmissioni, mentre i principali
azionisti, Kostas Ghiannikos e Ghiorgos Kourìs, sono sotto processo per i
debiti di Alter e per evasione
fiscale.
UNA RETE
FANTASMA
“Poco meno di un anno fa, la proprietà del
canale annunciò a noi lavoratori che ci sarebbe stato un ritardo nel versamento
degli stipendi. In realtà le cose avevano preso a zoppicare già nella primavera
2010, e nel novembre 2011 avevamo ormai capito tutti che le cose si erano messe
davvero male. Al reiterarsi dei ritardi, ci mobilitammo, decidendo di impedire
la messa in onda del cavallo di battaglia del canale: il telegiornale delle
otto. Successe decine di volte, ma non servì a nulla e allora occupammo gli
studi, come continuiamo a fare sino a oggi, mentre rimaniamo in attesa. Alter non ha chiuso, infatti: ha solo
interrotto le trasmissioni; i lavoratori non sono stati licenziati ma neppure
hanno ricevuto gli stipendi dovuti. Sarà solo il tribunale a decidere del
nostro futuro ma intanto è chiaro come non si troverà facilmente un compratore.
Chi comprerebbe oggi, in Grecia, un canale indebitato per 580 milioni?”. Makis,
raccontando, quasi non prende fiato e il suo passo rallenta in prossimità dell’entrata
di Alter: “Qui ci sono sempre almeno
tre di noi, notte e giorno. La proprietà ha smontato i trasmettitori, ma
rimaniamo per proteggere i macchinari. Anche perché se ne sono andati gli
addetti alla sicurezza: il canale è debitore pure nei loro confronti”.
La causa dei lavoratori sarà discussa in
tribunale; Makis non ha molte speranze di ricevere i soldi dovuti e, intanto,
vive dell’indennità garantita dalla Cassa dei giornalisti: 570 euro al mese.
Lo stabile che ospita Alter, un complesso di tre edifici, è grande, più di 6.000 metri
quadri, 40 uffici, 7 studi. Deserti e impolverati.
All’entrata c’è Ivan, il cane adottato dai
lavoratori, e Vassilis Tzimtsos, giornalista, ad Alter da quando “il negozio”, come lo chiama, ha aperto, nel 2000.
Quella di Vassilis è una figura nervosa e
ironica; tutto il contrario di Makis. “Il 19 settembre termina il mio mandato
di rappresentante sindacale, e allora farò le valigie e abbandonerò tutto. Mi
trasferirò a coltivare lavanda: proprio così, dopo vent’anni che faccio il
giornalista. Mi rendo conto che era ben altro quello che facevo all’inizio.
Sono più le cose di cui non possiamo dire che altro. Questo canale ha sempre
funzionato sulla base di prestiti spariti verso paradisi fiscali e mai
restituiti alle banche, ma neanche utilizzati per sostenere la televisione e a
investirci. Finché la macchina produceva soldi veniva oliata ma poi, un bel
giorno, hanno deciso che dovevamo essere noi lavoratori a sostenerne il costo”.
Proprio questo sembra essere il problema. Per
cecità o per calcolo, nessuna delle esistenti e “resistenti” realtà editoriali
greche, troppe per un mercato piccolo (10 milioni di greci dispongono, a
livello nazionale, di più di dieci canali e di una ventina di quotidiani), pur
presentendo la crisi, si è preparata ad affrontare i pericoli che si sono
puntualmente avverati.
Con il crollo dei consumi, il problema
principale che devono affrontare i media greci sta nel calo del volume
pubblicitario: i numeri sono quelli di una catastrofe, meno 17,7% solo nella
spesa televisiva per il primo semestre dell’anno in corso, quando la riduzione
complessiva, per tutte le testate, nazionali e locali, è di meno 30%. E c’è di
più: sono venute a mancare, completamente, le cosiddette “pubblicità statali”
(campagne ministeriali, pubblicità di partiti, di imprese a partecipazione
statale come elettricità o gioco d’azzardo) e lo Stato, da maggiore
finanziatore dell’informazione, è ora completamente assente.
VECCHI
GIORNALI E NUOVE AVVENTURE
Questo è stato il problema basilare anche di Eleftherotypia, quotidiano storico di
centro sinistra, secondo per vendite da quando nacque, nel 1975 dopo la caduta
della giunta militare. Il giornale era il simbolo, nel panorama informativo
greco, della ritrovata libertà di stampa (questa, peraltro, è la traduzione
della parola “eleftherotypia”) e dell’indipendenza
rispetto all’intreccio fra gruppi editoriali e potere politico, che rappresenta,
per la Grecia, una malattia endemica.
Le virtù morali, però, poco possono contro la
crisi e così l’editrice di Eleftherotypia,
Mania Tegopoulou, si è presto rivolta alle banche. Il prestito non è arrivato
e, come per Alter, la testata si
trova tuttora in un limbo: la circolazione si è interrotta a dicembre 2011, alcuni
lavoratori si sono dimessi e altri aspettano, sperando di essere pagati per
parte almeno di mensilità e liquidazione che non hanno mai ricevuto.
Intanto, alcuni di loro, versando mille euro
ciascuno e rinunciando allo stipendio dei primi due o tre mesi, hanno fondato
una cooperativa editoriale con il pacchetto maggioritario di un nuovo
quotidiano: si chiamerà Efimerida ton
syntakton, “quotidiano dei redattori”, e si pone su una linea di continuità
ideale con Eleftherotypia. Charà
Tzanavara crede molto nella realtà che sta nascendo. I suoi occhi brillano
quando annuncia, nel caffè centrale dove sono riuniti i suoi colleghi, che gli
uffici del nuovo giornale, a pochi metri di distanza, sono pronti: “La
settimana prossima arrivano le scrivanie e gli scaffali, abbiamo il numero del
centralino ed ecco: queste sono le chiavi, andiamo!”.
Entrano tutti con la gamba destra, un’abitudine
greca di buon auspicio, e sorridono colpiti dalla trasformazione: hanno deciso
di affittare, per 2.000 euro al mese, gli uffici che occupava Eleftherotypia all’inizio, dietro al
vecchio Parlamento, in via Kapodistriou, 8. “Lo spazio è piccolo, noi saremo
più di cento persone ma volevamo iniziare proprio qui”, spiega Charà, mentre
elenca i lavori – non molti – che rimangono da fare: “Saremo operativi fra
pochi giorni e il nostro giornale sarà in edicola entro la prima metà di
ottobre: lo dobbiamo alla nostra storia, ai lettori rimasti orfani dell’unica
voce indipendente, che faceva inchieste, che denunciava e che, da ultimo, era
assai critica verso le politiche economiche in atto”.
Non si può dare torto a Charà: è un dato
oggettivo che in Grecia si è creata una uniformità nel fare e trasmettere
informazione inquietante, ed è certo che il pubblico o i lettori o entrambi,
hanno bisogno di una voce “diversa”. Tant’è che nel rapporto sulla libertà di
stampa in Grecia, pubblicato nel settembre 2011 dai Reporters without Borders, il Paese è crollato al settantesimo
posto dell’indice quando, nel 2008, era al trentunesimo. Ciononostante, la
scommessa di Efimerida ton Syntakton
non è semplice: la circolazione dei giornali è a meno 15% nei primi sette mesi
del 2012, e la media delle vendite è di 1.210.764 copie quotidiane vendute fino
allo scorso luglio.
LE SFIDE
DELL’INFORMAZIONE
Ghiannis Elafròs, da 12 anni giornalista di un
altro giornale storico, la conservatrice Kathimerinì,
punta il dito su quelli che individua essere i problemi maggiori: minore
qualità dell’informazione, mancanza di idee innovatrici e mancato adeguamento
alle realtà dei social media: “Kathimerinì, nonostante i mille problemi
cha ha, riesce a mantenere una buona posizione sia sul mercato sia in termini
di credibilità, dimostrando che la carta non è morta. Eppure, con la riduzione
del personale, siamo rimasti in pochi per produrre un lavoro originale. I reportage non vengono più finanziati, i
corrispondenti sono rimasti in pochi e gli inviati ancor meno. A questo si
somma la chiusura o la riduzione, in termini di pagine e quindi di contenuti,
delle riviste edite dal quotidiano: in particolare, penso ai temi dell’ecologia.
Quanto a noi giornalisti rimasti, circa 130 dei 170 che eravamo tre anni fa, il
clima che viviamo quotidianamente è di insicurezza e paura, lavoriamo male e
facciamo spesso fatica a coprire tutti i temi, tanto più che i collaboratori
esterni sono ridotti al lumicino”.
Il problema della qualità dell’informazione è
centrale anche per Ghiannis Smirlakis, per anni giornalista di Alpha Tv, ora ad Alpha Radio, che sottolinea implacabile come in Grecia non si
faccia più informazione: “La stampa greca era in crisi da tempo e la situazione
economica che vive il Paese ha solo accelerato il fenomeno: l’intreccio
soffocante tra interessi economici e politici ha ridotto ben presto i media,
sopratutto la televisione privata, a essere il mezzo per esercitare pressioni
politiche. Con il tracollo economico della Grecia e le politiche di austerità
adottate, le televisioni, all’unisono, altro non fanno che preparare i greci a
un’ennesima manovra lacrime e sangue. Dopodiché, la qualità ha un costo che più
nessun gruppo editoriale si può permettere. È tempo delle soap opera turche, che costano poco, piacciono e, soprattutto,
riempiono il programma”.
Thanos Pasxalis, giornalista di Mega Tv per vent’anni dimessosi lo
scorso maggio, è convinto che, così come per i partiti politici del bipolarismo
greco storico, anche per l’informazione sia venuto il tempo della resa dei
conti: “I quotidiani sono finiti, sopravviveranno solo le edizioni domenicali,
quanto ai canali esistenti della tv, ne rimarranno un paio, rivolgendosi alle
età non avvezze alle nuove tecnologie. Noi che facciamo giornalismo televisivo,
non abbiamo capito una cosa: abbiamo perso l’informazione per strada e ci
limitiamo a un facile opinionismo. Il reportage
non lo facciamo proprio e, ormai, si trova solo nei giornali dell’edizione
domenicale. In televisione non si sentono, dalla mattina alla sera, che due o
tre notizie del giorno e così la gente che ancora guarda la tv lo fa imprecando
contro i presentatori dei telegiornali delle otto, sapendo che quello che sente
è, nel migliore dei casi, solo una parte della verità”.
NON FARSI
ABBATTERE
Skai Tv è un canale televisivo che non ha i
numeri per essere al vertice degli ascolti in cui Mega è primo; ciononostante si attesta fra i primi cinque e la
società, guidata da Ghiannis Alafouzos, può considerarsi soddisfatta di
resistere. “Viviamo una realtà editoriale volta a conservare la fetta di
ascolto acquisita ma per farlo, l’unica arma possibile sono i tagli al
personale e le riduzioni salariali a chi rimane. Quanto alla qualità del
prodotto giornalistico che facciamo, credo che stia peggiorando a vista d’occhio”.
Konstantinos Davlòs è il rappresentante dei lavoratori di Skai Tv. Vedendo arrivare i problemi, già nel 2009 aveva proposto
alla direzione di ridurre gli straordinari. Non è stato così, “in nome della
difesa di una qualità che abbiamo comunque perso”, aggiunge Kostantinos che
osserva come il passaggio alle riduzioni degli stipendi sia stato brutale, per Skai Tv come per quasi tutti gli altri:
complessivamente, i tagli sono stati del 30-35%. Kostantinos, però, ha paura: “Non
ho firmato per l’ultima riduzione, del 19% e il clima per me è pesante. Chi non
ha firmato è stato licenziato, ed è solo perché sono un sindacalista che non ho
ancora subito la stessa sorte; quanto al mio stipendio, oggi guadagno 1.800 euro
al mese, mentre all’inizio della crisi ne prendevo 2.300; intanto, sento sempre
più colleghi ammettere che loro firmeranno per qualsiasi nuova riduzione; i
contratti collettivi, poi, non esistono più a favore di quelli d’impresa o
individuali”. A Skai Tv, i
giornalisti rimasti sono pochi, circa 80, compresi direttori, caporedattori e
presentatori: “Non bastiamo neanche per coprire tutti i ministeri e per tutto il
lavoro ‘in strada’ non siamo più di una trentina”, conclude Kostantinos con il
sorriso di chi, nonostante tutto, ha deciso di non farsi abbattere.
Televisioni, radio, giornali, riviste: è tempo
di risvegli dolorosi. Forse questa, però, è una scommessa per il futuro dei
media ellenici e la cooperativa degli ex lavoratori di Eleftherotypia può essere l’occasione per avviare un dialogo che
cerchi la strada verso un’informazione di qualità ed economicamente
sostenibile. Questa è, in realtà, la scommessa cui è chiamata a rispondere
tutta la Grecia.