mercoledì 12 giugno 2013

ERT - Fine delle trasmissioni

11 giugno, mezzanotte. La tv di stato greca ERT sospende le trasmissioni. Ma i giornalisti occupano la sede e continuano a trasmettere in streaming sulla rete. Cosa sta succedendo in Grecia?

Solo qualche mese fa, su Link 12, Margherita Dean (giornalista freelance, corrispondente da Atene per Radio Popolare) ci aveva raccontato le conseguenze della crisi in Grecia sulle tv e sui giornali, le difficoltà e le speranze di ripartire.

Riproponiamo oggi il suo reportage, per capire quale contesto ha portato alla chiusura della televisione pubblica ERT.


LE CONSEGUENZE DELLA CRISI
REPORTAGE DALLA GRECIA, DOVE CHIUDONO GIORNALI E TV
di Margherita Dean

Atene, 16 settembre 2012

È una dolce sera ateniese, dominata dalla luna. Nella piazza centrale di Peristeri, quartiere popolare di Atene, tutti i bar sono pieni; nel brulichio di persone per lo più giovani e di chiacchiere leggere, la crisi sembra lontana. Un’immagine, questa, che stride con la figura di Makis Gheorgiadis, quarant’anni, giornalista, per nove impiegato nell’ormai silente canale televisivo Alter, i cui studi si trovano un paio di strade oltre la piazza.
Makis ha un sorriso generoso: la sua storia, insieme a quella dei circa 650 colleghi di Alter, tra giornalisti, tecnici e amministrativi, è emblematica di ciò che è successo in Grecia nell’ultimo decennio. Il boom economico, seguito dal tracollo che ha svelato la verità: se non tutto, molto del benessere raggiunto era fondato su basi deboli o, nel peggiore dei casi, fittizie.
Tante bolle di sapone, piccole e grandi, private e pubbliche; bolle piene di debito e, tra le vicende del debito privato greco, c’è il lungo capitolo dei prestiti contratti dai gruppi editoriali del Paese. Con la vicenda di Alter in testa che lo scorso febbraio ha interrotto le trasmissioni, mentre i principali azionisti, Kostas Ghiannikos e Ghiorgos Kourìs, sono sotto processo per i debiti di Alter e per evasione fiscale.

UNA RETE FANTASMA
“Poco meno di un anno fa, la proprietà del canale annunciò a noi lavoratori che ci sarebbe stato un ritardo nel versamento degli stipendi. In realtà le cose avevano preso a zoppicare già nella primavera 2010, e nel novembre 2011 avevamo ormai capito tutti che le cose si erano messe davvero male. Al reiterarsi dei ritardi, ci mobilitammo, decidendo di impedire la messa in onda del cavallo di battaglia del canale: il telegiornale delle otto. Successe decine di volte, ma non servì a nulla e allora occupammo gli studi, come continuiamo a fare sino a oggi, mentre rimaniamo in attesa. Alter non ha chiuso, infatti: ha solo interrotto le trasmissioni; i lavoratori non sono stati licenziati ma neppure hanno ricevuto gli stipendi dovuti. Sarà solo il tribunale a decidere del nostro futuro ma intanto è chiaro come non si troverà facilmente un compratore. Chi comprerebbe oggi, in Grecia, un canale indebitato per 580 milioni?”. Makis, raccontando, quasi non prende fiato e il suo passo rallenta in prossimità dell’entrata di Alter: “Qui ci sono sempre almeno tre di noi, notte e giorno. La proprietà ha smontato i trasmettitori, ma rimaniamo per proteggere i macchinari. Anche perché se ne sono andati gli addetti alla sicurezza: il canale è debitore pure nei loro confronti”.
La causa dei lavoratori sarà discussa in tribunale; Makis non ha molte speranze di ricevere i soldi dovuti e, intanto, vive dell’indennità garantita dalla Cassa dei giornalisti: 570 euro al mese.
Lo stabile che ospita Alter, un complesso di tre edifici, è grande, più di 6.000 metri quadri, 40 uffici, 7 studi. Deserti e impolverati.
All’entrata c’è Ivan, il cane adottato dai lavoratori, e Vassilis Tzimtsos, giornalista, ad Alter da quando “il negozio”, come lo chiama, ha aperto, nel 2000.
Quella di Vassilis è una figura nervosa e ironica; tutto il contrario di Makis. “Il 19 settembre termina il mio mandato di rappresentante sindacale, e allora farò le valigie e abbandonerò tutto. Mi trasferirò a coltivare lavanda: proprio così, dopo vent’anni che faccio il giornalista. Mi rendo conto che era ben altro quello che facevo all’inizio. Sono più le cose di cui non possiamo dire che altro. Questo canale ha sempre funzionato sulla base di prestiti spariti verso paradisi fiscali e mai restituiti alle banche, ma neanche utilizzati per sostenere la televisione e a investirci. Finché la macchina produceva soldi veniva oliata ma poi, un bel giorno, hanno deciso che dovevamo essere noi lavoratori a sostenerne il costo”.
Proprio questo sembra essere il problema. Per cecità o per calcolo, nessuna delle esistenti e “resistenti” realtà editoriali greche, troppe per un mercato piccolo (10 milioni di greci dispongono, a livello nazionale, di più di dieci canali e di una ventina di quotidiani), pur presentendo la crisi, si è preparata ad affrontare i pericoli che si sono puntualmente avverati.
Con il crollo dei consumi, il problema principale che devono affrontare i media greci sta nel calo del volume pubblicitario: i numeri sono quelli di una catastrofe, meno 17,7% solo nella spesa televisiva per il primo semestre dell’anno in corso, quando la riduzione complessiva, per tutte le testate, nazionali e locali, è di meno 30%. E c’è di più: sono venute a mancare, completamente, le cosiddette “pubblicità statali” (campagne ministeriali, pubblicità di partiti, di imprese a partecipazione statale come elettricità o gioco d’azzardo) e lo Stato, da maggiore finanziatore dell’informazione, è ora completamente assente.

VECCHI GIORNALI E NUOVE AVVENTURE
Questo è stato il problema basilare anche di Eleftherotypia, quotidiano storico di centro sinistra, secondo per vendite da quando nacque, nel 1975 dopo la caduta della giunta militare. Il giornale era il simbolo, nel panorama informativo greco, della ritrovata libertà di stampa (questa, peraltro, è la traduzione della parola “eleftherotypia”) e dell’indipendenza rispetto all’intreccio fra gruppi editoriali e potere politico, che rappresenta, per la Grecia, una malattia endemica.
Le virtù morali, però, poco possono contro la crisi e così l’editrice di Eleftherotypia, Mania Tegopoulou, si è presto rivolta alle banche. Il prestito non è arrivato e, come per Alter, la testata si trova tuttora in un limbo: la circolazione si è interrotta a dicembre 2011, alcuni lavoratori si sono dimessi e altri aspettano, sperando di essere pagati per parte almeno di mensilità e liquidazione che non hanno mai ricevuto.
Intanto, alcuni di loro, versando mille euro ciascuno e rinunciando allo stipendio dei primi due o tre mesi, hanno fondato una cooperativa editoriale con il pacchetto maggioritario di un nuovo quotidiano: si chiamerà Efimerida ton syntakton, “quotidiano dei redattori”, e si pone su una linea di continuità ideale con Eleftherotypia. Charà Tzanavara crede molto nella realtà che sta nascendo. I suoi occhi brillano quando annuncia, nel caffè centrale dove sono riuniti i suoi colleghi, che gli uffici del nuovo giornale, a pochi metri di distanza, sono pronti: “La settimana prossima arrivano le scrivanie e gli scaffali, abbiamo il numero del centralino ed ecco: queste sono le chiavi, andiamo!”.
Entrano tutti con la gamba destra, un’abitudine greca di buon auspicio, e sorridono colpiti dalla trasformazione: hanno deciso di affittare, per 2.000 euro al mese, gli uffici che occupava Eleftherotypia all’inizio, dietro al vecchio Parlamento, in via Kapodistriou, 8. “Lo spazio è piccolo, noi saremo più di cento persone ma volevamo iniziare proprio qui”, spiega Charà, mentre elenca i lavori – non molti – che rimangono da fare: “Saremo operativi fra pochi giorni e il nostro giornale sarà in edicola entro la prima metà di ottobre: lo dobbiamo alla nostra storia, ai lettori rimasti orfani dell’unica voce indipendente, che faceva inchieste, che denunciava e che, da ultimo, era assai critica verso le politiche economiche in atto”.
Non si può dare torto a Charà: è un dato oggettivo che in Grecia si è creata una uniformità nel fare e trasmettere informazione inquietante, ed è certo che il pubblico o i lettori o entrambi, hanno bisogno di una voce “diversa”. Tant’è che nel rapporto sulla libertà di stampa in Grecia, pubblicato nel settembre 2011 dai Reporters without Borders, il Paese è crollato al settantesimo posto dell’indice quando, nel 2008, era al trentunesimo. Ciononostante, la scommessa di Efimerida ton Syntakton non è semplice: la circolazione dei giornali è a meno 15% nei primi sette mesi del 2012, e la media delle vendite è di 1.210.764 copie quotidiane vendute fino allo scorso luglio.

LE SFIDE DELL’INFORMAZIONE
Ghiannis Elafròs, da 12 anni giornalista di un altro giornale storico, la conservatrice Kathimerinì, punta il dito su quelli che individua essere i problemi maggiori: minore qualità dell’informazione, mancanza di idee innovatrici e mancato adeguamento alle realtà dei social media: “Kathimerinì, nonostante i mille problemi cha ha, riesce a mantenere una buona posizione sia sul mercato sia in termini di credibilità, dimostrando che la carta non è morta. Eppure, con la riduzione del personale, siamo rimasti in pochi per produrre un lavoro originale. I reportage non vengono più finanziati, i corrispondenti sono rimasti in pochi e gli inviati ancor meno. A questo si somma la chiusura o la riduzione, in termini di pagine e quindi di contenuti, delle riviste edite dal quotidiano: in particolare, penso ai temi dell’ecologia. Quanto a noi giornalisti rimasti, circa 130 dei 170 che eravamo tre anni fa, il clima che viviamo quotidianamente è di insicurezza e paura, lavoriamo male e facciamo spesso fatica a coprire tutti i temi, tanto più che i collaboratori esterni sono ridotti al lumicino”.
Il problema della qualità dell’informazione è centrale anche per Ghiannis Smirlakis, per anni giornalista di Alpha Tv, ora ad Alpha Radio, che sottolinea implacabile come in Grecia non si faccia più informazione: “La stampa greca era in crisi da tempo e la situazione economica che vive il Paese ha solo accelerato il fenomeno: l’intreccio soffocante tra interessi economici e politici ha ridotto ben presto i media, sopratutto la televisione privata, a essere il mezzo per esercitare pressioni politiche. Con il tracollo economico della Grecia e le politiche di austerità adottate, le televisioni, all’unisono, altro non fanno che preparare i greci a un’ennesima manovra lacrime e sangue. Dopodiché, la qualità ha un costo che più nessun gruppo editoriale si può permettere. È tempo delle soap opera turche, che costano poco, piacciono e, soprattutto, riempiono il programma”.
Thanos Pasxalis, giornalista di Mega Tv per vent’anni dimessosi lo scorso maggio, è convinto che, così come per i partiti politici del bipolarismo greco storico, anche per l’informazione sia venuto il tempo della resa dei conti: “I quotidiani sono finiti, sopravviveranno solo le edizioni domenicali, quanto ai canali esistenti della tv, ne rimarranno un paio, rivolgendosi alle età non avvezze alle nuove tecnologie. Noi che facciamo giornalismo televisivo, non abbiamo capito una cosa: abbiamo perso l’informazione per strada e ci limitiamo a un facile opinionismo. Il reportage non lo facciamo proprio e, ormai, si trova solo nei giornali dell’edizione domenicale. In televisione non si sentono, dalla mattina alla sera, che due o tre notizie del giorno e così la gente che ancora guarda la tv lo fa imprecando contro i presentatori dei telegiornali delle otto, sapendo che quello che sente è, nel migliore dei casi, solo una parte della verità”.

NON FARSI ABBATTERE
Skai Tv è un canale televisivo che non ha i numeri per essere al vertice degli ascolti in cui Mega è primo; ciononostante si attesta fra i primi cinque e la società, guidata da Ghiannis Alafouzos, può considerarsi soddisfatta di resistere. “Viviamo una realtà editoriale volta a conservare la fetta di ascolto acquisita ma per farlo, l’unica arma possibile sono i tagli al personale e le riduzioni salariali a chi rimane. Quanto alla qualità del prodotto giornalistico che facciamo, credo che stia peggiorando a vista d’occhio”. Konstantinos Davlòs è il rappresentante dei lavoratori di Skai Tv. Vedendo arrivare i problemi, già nel 2009 aveva proposto alla direzione di ridurre gli straordinari. Non è stato così, “in nome della difesa di una qualità che abbiamo comunque perso”, aggiunge Kostantinos che osserva come il passaggio alle riduzioni degli stipendi sia stato brutale, per Skai Tv come per quasi tutti gli altri: complessivamente, i tagli sono stati del 30-35%. Kostantinos, però, ha paura: “Non ho firmato per l’ultima riduzione, del 19% e il clima per me è pesante. Chi non ha firmato è stato licenziato, ed è solo perché sono un sindacalista che non ho ancora subito la stessa sorte; quanto al mio stipendio, oggi guadagno 1.800 euro al mese, mentre all’inizio della crisi ne prendevo 2.300; intanto, sento sempre più colleghi ammettere che loro firmeranno per qualsiasi nuova riduzione; i contratti collettivi, poi, non esistono più a favore di quelli d’impresa o individuali”. A Skai Tv, i giornalisti rimasti sono pochi, circa 80, compresi direttori, caporedattori e presentatori: “Non bastiamo neanche per coprire tutti i ministeri e per tutto il lavoro ‘in strada’ non siamo più di una trentina”, conclude Kostantinos con il sorriso di chi, nonostante tutto, ha deciso di non farsi abbattere.

Televisioni, radio, giornali, riviste: è tempo di risvegli dolorosi. Forse questa, però, è una scommessa per il futuro dei media ellenici e la cooperativa degli ex lavoratori di Eleftherotypia può essere l’occasione per avviare un dialogo che cerchi la strada verso un’informazione di qualità ed economicamente sostenibile. Questa è, in realtà, la scommessa cui è chiamata a rispondere tutta la Grecia.


martedì 14 maggio 2013

Bestiario televisivo/4

Ultimo appuntamento con il Bestiario scritto per Link da Giovanni Robertini. Dopo l'ospite di talk show, il regista e il responsabile casting è la volta del montatore: grande consumatore di Red Bull, portatore sano di spirito di abnegazione e sacrificio al lavoro. Buona lettura!


IL MONTATORE
(di Giovanni Robertini - pubblicato su Link 11)

Sarà per l’arcaica bestialità che la parola evoca, sarà per il sapore operaio della qualifica, fatto sta che il montatore è uno dei personaggi più bistrattati dell’odierno panorama televisivo, pur essendo figura essenziale alla buona fattura del prodotto, nonché spesso anima creativa dei programmi.
Il montatore è l’unico in tv ad avere il turno di notte, il reparto (la sala montaggio) e l’obbligo di produrre senza la responsabilità finale del prodotto: quella è sempre dell’autore. Basterebbe questo per spiegare come mai la maggior parte dei montatori – quasi sempre maschi con fisicità adatte alla fatica – coltivi speranze di rivoluzioni post-marxiste attraverso la lotta di classe tra borghesia (gli autori) e proletariato (i montatori stessi). 
Nel frattempo lavorano silenziosi davanti al computer, vestendo felpe scure col cappuccio a mo’ di black bloc e bevendo Red Bull: questa bibita, che contiene caffeina in dosi massicce, è il simbolo dello sfruttamento dei montatori, a cui viene regalata dalla produzione televisiva per tenerli svegli e aumentare il ritmo di lavoro. Sono note anche produzioni che al posto della Red Bull hanno puntato direttamente sulla cocaina, manco fossero contadini peruviani pronti a un duro inverno di raccolta sulle Ande. 
Date le condizioni, il riscatto del montatore – che non è economico, ma di ruolo – sembrerebbe lontano, almeno quanto lo è stato il comunismo dalla sua realizzazione.
C’è un però in questa faccenda, che ha a che fare con l’ennesima suggestione, nel caso squisitamente sessuale, del termine montatore: “colui che monta”. La quasi totalità delle autrici e redattrici televisive sfogano sul montatore tutte le proprie frustrazioni lavorative, vessando il povero cristo di ordini, richieste di correzioni, insicurezze esplicitate in sordidi comandi: “Fai così, no così, anzi così, oppure così, capito?”. La calma sexy e zen del montatore di fronte alle continue vessazioni dell’autrice innesca tra i due un rapporto che chiameremo della “bottana televisiva”. Vi ricordate il film Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto? Il rapporto sadomasochistico tra il marinaio Giannini e la borghese milanese Melato si ripropone oggi tra il montatore, portatore sano di spirito di abnegazione e sacrificio al lavoro, e l’autrice, le cui velleità e privilegi soccombono di fronte al desiderio erotico dell’uomo “che non deve chiedere mai”. Come nel film della Wertmüller, il finale è amaro è non restituisce giustizia alla dicotomia sfruttatore-sfruttato. Ma il montatore sa, da bravo artigiano (artista, spesso) della messa in fila di immagini in movimento, che quel finale si può montare diversamente.

venerdì 10 maggio 2013

Bestiario televisivo/3

Continuiamo il nostro viaggio alla ricerca delle specie protette (e altri organismi) dello zoo televisivo. Nella puntata di oggi: il responsabile casting, custode dei segreti della "televisività".



Il RESPONSABILE CASTING
(di Giovanni Robertini - pubblicato su Link 11)

Fino a qualche tempo fa, fresco di studi, si aggirava per le redazioni televisive con una cartelletta in cui raccoglieva gli articoli del politologo Diamanti e del sociologo De Rita sugli italiani. In pausa pranzo leggeva Lévi-Strauss e alla sera in metrò l’antropologo Augé.
Era convinto che una riflessione astratta sul comportamento degli esseri umani potesse essere utile alla pratica del casting, a una selezione come quella del reality (in teoria!) fedele alla rappresentazione aspirazionale del sistema mondo, o come quella del talent show volta a standardizzare l’aspirazione al successo e alla realizzazione personale senza banalizzarla. Tutto questo prima della scoperta della “televisività”, concetto evoluzione delle teorie lombrosiane, dove ai tratti somatici si aggiunge un irrazionale mix di emozione Harmony, stupore new age ed esperienza sul campo di casting.
Dividere il mondo in “chi è televisivo” e chi no è molto più facile che spiegarlo, direbbe il responsabile casting dopo poco più di un anno di provini, complessa liturgia pop di cui il nostro è il maestro di cerimonia. In effetti, osservandolo bene, sembra impossibile determinare i criteri di scelta dal mantra di domande che costituiscono il suo lavoro: “Come ti chiami? Da dove vieni? Che lavoro fai?”. La telecamera registra il candidato, e il responsabile continua: “Perché sei qui? Cosa ti aspetti da questa esperienza? Parlami un po’ di te!”. Centinaia di provinanti, esaminati a ritmi massacranti e nel caso dei talent ascoltati cantare o guardati ballare, per quanto questo conti poco (tra il 20 e il 30%) nei criteri di scelta finale. E torniamo all’idea di “televisività”, per quanto il nostro responsabile ci aiuti poco a chiarire il concetto, rispondendo in slang alla nostra domanda in merito: “Uno è televisivo se buca, se ha la faccia. Può essere televisivo anche un cesso, se ha energia. Se ha la storia, tipo genitori morti, ma non la sa raccontare allora non è televisivo. I difetti fisici sono televisivi solo se non li percepisci come difetti. Capito, no?”. No, è impossibile capire queste che sembrano farneticazioni, e stavo tralasciando quando ha detto che “i neri in Italia in tv non funzionano”.
Dobbiamo quindi concludere, d’accordo con il responsabile casting, che la “televisività” è il frutto dell’esperienza della visione coatta e collettiva dei provini, dove il mix di commenti sul provinato dà come risultato un cocktail dagli ingredienti segreti (e sconosciuti) a uso e consumo dello spettatore. La scelta, quindi, non è frutto di un compromesso tra opinioni diverse ma una sorta di casualità sistemica bene organizzata nei ritmi di produzione.
Apprendere il segreto della “televisività” è un privilegio di cui godono solo gli iniziati di lungo corso, una sorta di cintura nera di televisione che rende eletti coloro che la raggiungono. Guai però a rivelarne il segreto – “televisività” non c’è neanche su Wikipedia –: si rischia di perdere l’autorevolezza del selezionatore e di dover giustificare senza riuscirci quel “tu sì, tu no” che è il colpo segreto – salvifico e mortale – del responsabile di casting. Il nostro, imparata la lezione e diventato MC (maestro di cerimonia), ora ha smesso i panni dell’intellettuale di buone letture e passa da un casting all’altro mimetizzandosi con gli aspiranti cantanti, ballerini o semplici reality men, in cerca dell’ultimo brivido: il selezionatore dei selezionatori, quello che un giorno gli chiederà età, provenienza e sogno nel cassetto e alla fine dirà “tu no”, dando un senso in più alla sua esistenza. 

martedì 7 maggio 2013

Bestiario televisivo/2

Come promesso, eccoci al secondo appuntamento con i profili del "Bestiario televisivo" scritti per Link da Giovanni Robertini. Oggi è la volta del regista televisivo: "un guru zen che doma il panico della diretta". Buona lettura!


Il regista televisivo
(di Giovanni Robertini - pubblicato su Link 10)

Il regista di programmi tv è, tra i professionisti dello spettacolo, quello che meglio riassume in sé la dicotomia tra arte e manovalanza cognitiva tipica della tv. 
Il termine “regista” evoca immancabilmente arti nobili come cinema e teatro, nomi come Godard, Pinter, Antonioni, Strehler. Ma associato all’aggettivo “televisivo” ai più ricorda solo Sanremo, Drive in, i talk show e i quiz. 
I detrattori in toto del ruolo del regista tv sono quindi soliti definirlo “stacca camere”, ovvero colui che dalla sua postazione urla all’operatore del mixer video di “staccare”, cambiare tra una camera e l’altra. I sostenitori invece rivendicano la sua arte nel costruire il sapore e il ritmo del programma, definendo così l’identità del programma stesso. 
La verità non solo sta nel mezzo, ma soprattutto nel riconoscere – cosa rara, in Italia – che la tv è un lavoro di squadra tra autori, regia e produzione: una squadra in cui l’attività cognitiva flirta con l’arte e il mercato mettendo in discussione tutto, tranne gli spettatori. Insomma, avete mai sentito registi di cinema dire “questo funziona”, o “questo non funziona”? Probabilmente poche volte, anche se è la frase in assoluto più usata nel mondo televisivo. Quando una cosa funziona, è meglio se è pure bella, ma può succedere che funzioni proprio perché non lo è. Potremmo stare ore a discutere su cosa è bene e male, ci metteremmo molto meno a capire se funziona o no. E il tempo è fondamentale in tv: questa segnatevela, va sotto il capitolo “Le dure leggi della televisione”!
Tornando al nostro regista, lui – per capirci – ha le scarpe da ginnastica e i pantaloni con le tasche, non la giacca di velluto; cena con i tecnici, non con gli attori; si arrabbia, dice molte parolacce, ma è l’unico che sa portare in studio la calma e la tranquillità. Più che un artista, è un guru zen che doma il panico della diretta. È l’evidenziatore giallo che sottolinea i passaggi dello show, enfatizzando il dramma, sceneggiando la commedia: uno sbadiglio, una ruga, una lacrima o un paio di tette sono il vocabolario con cui compone lo script visivo di un programma. 
Se il regista ama il suo lavoro – come spesso accade – lo vedrete sorridere per aver inquadrato, con i tempi, la luce e la camera giusta, un pianto e disperarsi per essersi perso una risata del pubblico in sala. 
Alla fine dello show, con la voce metallica degli altoparlanti di studio, ringrazierà tutti e andrà a bersi una birra, senza chiedersi troppo se quello che è andato in onda sia buono o no: l’importante è che funzioni.

giovedì 2 maggio 2013

Bestiario televisivo/1


In occasione della recente uscita del libro di Giovanni Robertini (L’ultimo party, ISBN Edizioni), riproponiamo qui alcuni dei profili scritti per Link da Robertini e apparsi nella rubrica “Bestiario televisivo”.
Ritratti delle strane bestie che popolano il mondo della tv, alla ricerca delle specie protette dello zoo televisivo.
Oggi, vi presentiamo “l’ospite del talk show”. Con dieci semplici consigli per fare bella figura in tv. Buona lettura!


L’ospite del talk show
(di Giovanni Robertini - pubblicato su Link 10)

L’ospite del talk show sta alla tv come Twitter sta alla rete: deve essere in grado, in poche battute, più o meno 140 caratteri, di condensare non soltanto il proprio pensiero ma la sua stessa identità. Se ci fosse un sindacato degli ospiti, questo combatterebbe per l’espressione di un pensiero più articolato. Ma le grandi aziende dell’etere devono giocare secondo le regole di una concorrenza che vuole tenere alti i ritmi di produzione abbattendo i costi del lavoro. Tradotto: l’ospite deve venire gratis e dire quelle due cose che possano accendere la discussione, quindi prendere il buono taxi offerto dalla rete e tornarsene a casa senza lamentarsi. La manodopera non manca, e se a qualcuno l’accordo non sta bene, lunga è la lista dei sostituti qualsiasi sia il tema del talk show. Se, metti caso (1), si parlasse di cronaca nera, la rubrica degli autori verrebbe spulciata dalla C di criminologo alla S di scrittore di gialli, passando per la P di prete, la C di complottista, la M di mago e la D di Derrick, per finire al tradizionale elenco del telefono alla ricerca di omonimi della vittima e presunti parenti dell’assassino. Se, metti caso (2), si trattasse di un talk di costume sulla depilazione maschile, basterebbe consultare la G di Grande fratello (partecipanti al), la D di donna barbuta e la M di moralizzatore di costumi. Se, metti caso (3), fosse una discussione politica, basterebbe fare il solito segnale di fumo dalla redazione del programma per essere contattati immantinente dalle varie segreterie di partito. Non a caso, il talk show politico è il genere più gettonato, per pochi semplici motivi: costa poco, perché i parlamentari vengono gratis e i giornalisti, quasi tutti, pagherebbero per essere presenti; non c’è necessità di preparazione o brief alcuno, perché i partecipanti sanno già tutti quello che devono e vogliono dire; fa audience, perché i politici parlano sopra gli altri, non ascoltano l’interlocutore e quando possono attaccano, o reiterando una sola parola o denigrando l’avversario a partire dalla sua vita privata. Così facendo hanno creato un genere perfetto, spesso attaccato dai giornalisti della carta stampata che vivono la loro condizione come un handicap, salvo poi dettare le misure dell’abito nuovo al sarto di fiducia per la prossima ospitata televisiva.
Se qualcuno di voi avesse ancora l’aspirazione a partecipare come ospite a un talk per il nobile fine di promuovere un libro, un film, un paio di ciabatte, se stesso, oppure – come più comunemente accade – l’idea di se stesso che si possono fare gli altri, ecco 10 semplici consigli per fare bella figura in tv.
1. Siate alti (intellettualmente) ma anche bassi (volgarmente) così da essere larghi (cioè popolari). Comunque siate magri, altrimenti non sarete glam.
2. Se non siete pro l’argomento del talk, siate almeno contro: dagli estremi verrà meglio inquadrato il vostro profilo migliore.
3. Se chi sta di fronte vi dà del tu, dategli del lei. E viceversa.
4. Non cercate di fare battute, non le capisce nessuno.
5. Usate espressioni dialettali: almeno guadagnerete popolarità nella vostra regione di riferimento.
6. Non usate congiuntivi e condizionali: sembrerà che ve la tirate da intellettuali. Costruite frasi tutte al presente, senza sbagliare la sintassi, altrimenti il pubblico da casa si lamenterà di pagare il canone per degli ignoranti.
7. Quando non siete interpellati, abbiate un’espressione annoiata e assente.
8. Andate prima ospiti a un talk di prima serata e solo dopo a un talk del pomeriggio: se siete già stati a quello del pomeriggio, gli autori della prima serata non vi chiameranno mai.
9. Lasciate il telefonino sempre acceso: gli autori sono autorizzati a chiamarvi anche alle due di notte.
10. Iniziare il vostro intervento con “Non sono d’accordo” ha sempre molto più senso che iniziare con “Ha perfettamente ragione”.