lunedì 22 febbraio 2010

Il paradosso dell'UGC

Qui non ce la contano giusta.
Da un lato, continua imperterrita dopo anni l'acritica esaltazione dello user generated content, della produzione dal basso da parte di spettatori, utenti, fan. Che si istituzionalizza sempre più, con numerose occasioni di "affaccio" sui media mainstream. E che non riesce a prescindere dai materiali rubati ai mezzi di comunicazione tradizionale, in primis la televisione. Esagerando, è questa vitalità bottom-up che dovrebbe salvare un sistema dei media in crisi - innanzitutto - creativa: televisione, cinema, discografia, e chi più ne ha...
Dall'altro, basta leggere i giornali (i blog, che è lo stesso) di ieri e di oggi, del dopo-Sanremo, per immergersi in decine e decine di righe che spiegano acutamente come questa edizione abbia definitivamente sancito la supremazia del televisivo sul musicale, con la terna dei vincitori votata in abbondanza dalle varie comunità di fan raccolte attorno ai reality (Amici, Ballando, X Factor). Anche qui esagerando, è come se la televisione fosse incapace di guardare fuori da se stessa.
Eppure. Elementi di ragione stanno da entrambe le parti. Così come aspetti di (forte) contraddizione. Perché basta navigare un po' in rete per scoprire che, a dare il la agli UGC, sono proprio i "pezzetti" di Sanremo ovunque condannati. Forse perché non è vero che le cose siano sempre bianche o nere. O forse perché la vera chiave di tutto (e, chissà, anche di parte dei fantasmagorici ascolti del Festival targato Clerici) è la lettura ironica, dissacrante, s-canzonata.
Ed è così che si spiegano i mash-up televisivi.

Oppure le instant cover.

O i gruppi su Facebook a tema lacustre.
O ancora i "generatori automatici" che sviscerano la banalità di testi facilmente riconducibili a un algoritmo.
In fondo, si fa per cantare.

venerdì 19 febbraio 2010

Risposte?!? Domande?!? Spiegazioni?!?

Basta Sanremo, torniamo alla tv che conta: Lost.
Tranquilli, qui non c'è nessuno spoiler. Solo qualche video divertente (è venerdì!).

Per chi ha già visto il quarto episodio, finalmente si intravedono (parziali e probabilmente insoddisfacenti) risposte. Ma quello che più conta è continuare a farsi domande.



Per chi invece cerca tutte le connessioni, ecco la meritoria opera di ABC.com che prepara video for dummies che riassumono ogni puntata. Con il contributo della Dharma Initiative e dei Muppets.

mercoledì 17 febbraio 2010

Ma Sanremo è Sanremo?

Oggi tutti parlano del Festival, signoramia.
Il trionfo della musica da reality (non che sia necessariamente un male). L'inconsistenza della messa in scena televisiva. Le eliminazioni (non) a sorpresa. Gli ospiti imbarazzanti (ma ahinoi non imbarazzati). I preferiti e i capri espiatori.
Tabula rasa.
Sanremo è soprattutto, o forse soltanto, l'importante occasione per un grande discorso condiviso. Sanremo esiste perché se ne parla, punto. Tra amici o sui mezzi di comunicazione.
Può essere che sia sempre stato così, fin dagli anni Cinquanta, ma oggi, a prima serata conclusa dell'edizione 2010 - senza proposte musicali davvero di rottura, senza la scusa del grande spettacolo televisivo -, la condivisione collettiva è probabilmente la sola cosa rimasta.
E in questo contesto diventano centrali le letture "devianti": una finta derisione che spesso nasconde interesse, curiosità, persino passione. Quest'anno mancano i maestri del genere: Radiodue, per la prima volta da anni, non manda in onda la diretta della Gialappa's Band, che con RaidireSanremo garantiva tormentoni, retroscena del backstage, interviste.
Così ci si organizza altrimenti. Breve rassegna.
C'è chi aspetta e poi realizza un dopofestival periferico. C'è chi si riunisce in visione collettiva per cazzeggiare su una webradio, con tanto di stream video e di chat in diretta. C'è chi si abbandona a sarcastici commenti sui social network. C'è chi organizza le ormai consuete occasioni di liveblogging o di postblogging. Persino i critici musicali dei quotidiani si sono messi all'opera: il live blog di Ernesto Assante e Gino Castaldo di Repubblica in primis, seguito dagli esperimenti di Marinella Venegoni su La stampa e di Andrea Laffranchi sul Corriere. E poi ci sono i feed di Facebook, e i video su YouTube, e i commenti in giro...
Con tutto questo materiale, stasera c'è ancora qualcuno che ha bisogno di guardare la tv?

mercoledì 10 febbraio 2010

(per)Visioni caotiche

Il meccanismo è semplice, l'idea quasi banale.
Una piattaforma completamente bianca, uno spazio per la chat, due flussi video che arrivano dalla webcam propria e altrui. Un solo pulsante, per dire "avanti il prossimo".
E' ChatRoulette, nuovo servizio web nato da pochi mesi ma che fa già piuttosto parlare di sé. Perché si trova di tutto, anche molte cose che non si vorrebbero vedere (dai cos-player fuori di testa al sesso solitario). Perché non è mai piacevole essere rifiutati in pochi secondi (anche gli altri, ovviamente, hanno il pulsante "avanti il prossimo"). Perché lo scrutarsi reciprocamente con faccia da ebete elimina secoli di convenzioni sociali. Perché le due chiacchiere in inglese con qualcuno chissadove nel mondo nascondono sempre l'inaspettato, nel bene o nel male.
Inutile chiederci se siamo di fronte alla consueta next big thing, a un'esperienza allucinata e allucinante, a un coacervo di frustrazioni, a qualcosa di così addictive da garantirsi il futuro o a una curiosità che si limita al primo tentativo one shot. Forse ChatRoulette è tutto questo.
Per chi si interessa di media, però, meglio non far finta di niente e leggere l'acuto reportage di Sam Anderson sul New York Magazine, che senza falsi moralismi e con divertita profondità cerca di mettere in relazione l'iper-semplicità caotica di questo "shuffle umano" con i paroloni vuoti di cui ci riempiamo la bocca commentando il web 2.0. (via inkiostro)
E ora, avanti il prossimo.

lunedì 8 febbraio 2010

SuperSpot

Stanotte c'è stato il SuperBowl, evento annuale del football americano: si sfidavano i Saints di New Orleans e i Colts di Indianapolis, hanno vinto i primi (e c'è chi grida al miracolo, revanche della città che sta ancora curando le ferite di Katrina).
Saremo mediacentrici, ma dello sport in sé poco ci importa. Molto più interessante appare l'evento di massa, capace come pochi altri di catalizzare l'attenzione di una comunità nazionale (immaginata? bah) intera. E l'aspetto televisivo della cosa.
Perché stanotte, a interrompere la partita, sono andati in onda gli spot pubblicitari più importanti dell'anno. Un "appuntamento nell'appuntamento", che vede in gioco i marchi più forti, gli autori più bravi, le idee più originali. E soldi, tanti soldi.
Per dare un'idea, vi proponiamo tre cose molto diverse. Enjoy.

1. Il promo dello show di Letterman. Con l'incontro, per dieci secondi, di tre star - forse, delle tre star - della tv americana contemporanea. David Letterman, Oprah Winfrey, Jay Leno. Che dimenticano le rivalità tra i network e si siedono sullo stesso divano come un Homer Simpson qualsiasi. (via kekkoz)



2. A proposito dei Simpson, la ministoria quasi muta (Wall E insegna) di come il signor Burns perse il suo immenso patrimonio (la crisi insegna) e trovò ristoro in una bevanda gassata (Babbo Natale insegna). Of course, la Coca Cola. (via Davide)



3. Infine, l'elogio della semplicità nei secondi più cari della televisione mondiale. Una storia d'amore che si dipana attraverso una serie di ricerche nella pagina bianca di Google. Quasi commovente. (via phonkmeister)

venerdì 5 febbraio 2010

Tipi da Facebook



Piccola tipologia dei tipi da social network. Più accurata di quanto si potrebbe pensare: le altre specie moleste di questo particolare "bestiario" sono qui.

mercoledì 3 febbraio 2010

Le news a tutto schermo

Si dice che un'immagine vale più di mille parole. Senza dubbio, è una frase abusata e un po' banale. Ma, talvolta, si rivela assolutamente vera.

Basta andare su The Big Picture, sezione fotografica del Boston Globe. Tre volte a settimana, il lunedì, mercoledì e venerdì, Alan Taylor, sviluppatore del sito, affronta la stretta attualità o comunque temi di interesse attraverso una prospettiva inedita: una galleria di (molte) immagini di grande formato, che sceglie, raccoglie e organizza i materiali forniti dalle agenzie informative e da quelle specializzate.
Lontano anni luce dalle gallerie di foto del giorno o dai "boxini morbosi" dei nostri quotidiani online, il riferimento diretto di The Big Picture sono i grandi magazine come Life, o il lavoro di archivi e agenzie fotografiche. La cronaca, i grandi eventi, persino l'economia rivelano così una carica (anche estetica) non indifferente. Il dolore (e la gioia) degli altri si fissa in un istante, in uno scatto, in un'evocazione. E dopo, solo dopo, si può tornare a leggere quelle righe di testo fitte fitte...

lunedì 1 febbraio 2010

Sempre prima, ma...

Sì, lo sappiamo, arriviamo tardi. Stavolta non solo la rete, ma persino i quotidiani se ne sono accorti. Ma la notizia è importante, e ha senso tentare qualche riflessione.

In breve: per la prima volta, in Italia, una serie tv americana verrà trasmessa - legalmente, da un operatore televisivo (per quanto sui generis) - a ridosso della programmazione originale. Si tratta ovviamente di Lost, che sarà disponibile su un sito apposito di Telecom Italia, accessibile a tutti e al costo di 1 euro e 99, e sul neonato CuboVision (lo scatolotto un po' decoder, un po' media player, un po' facilitatore della navigazione web). Solo un giorno dopo la messa in onda Usa. In inglese, ma con i sottotitoli.

Sulla carta, un grande passo avanti. Se ci siamo ormai abituati al fatto che le serie arrivano in Italia in tre tempi distinti (il palinsesto Usa, quello pay, quello free), sicuramente cercare di togliere (parte della) prima "finestra" al dominio dell'illegalità e dell'amatoriale (vedi i fansubber, di cui parlavamo su Link 6) è una buona mossa per un broadcaster. Così come, per il fan più estremo, non c'è probabilmente bisogno di imbastire tutto il processo che porta all'edizione italiana doppiata (raccontato su Link 8) - neppure in tempi brevissimi come una settimana, come, sempre per la sesta stagione di Lost, farà Fox.

In realtà, però, l'efficacia comunicativa pare sopravanzare di molto il "reale" effetto di un'operazione del genere. Se i tempi sono la variabile critica, forse è proprio nei tempi che la comunicazione di Telecom si rivela imprecisa: troppo a ridosso, si scontra con una diffusione di Cubo ancora decisamente limitata; mentre ci sono seri dubbi che lo streaming legale possa riportare sulla retta via chi, già qualche ora prima, può scaricare illegalmente (e trovare i sottotitoli) come si è fatto fino all'anno scorso, e proprio per la stessa serie... Mica si può sottovalutare la fedeltà a MetalMarco, o a Subsfactory...

Staremo a vedere. Intanto qualcosa si muove, ed è cosa buona e giusta. Si aspettano altre mosse coraggiose. Ma ci vuole tempo. E, a differenza dei personaggi di Lost, non possiamo saltellare tra passato, presente e futuro...