Prendiamo il grande annuncio di Apple di settimana scorsa, in un apposito keynote sull'altra costa, a New York. Il lancio di iBook 2, ma soprattutto lo sviluppo di un progetto esplicitamente dedicato al versante educational, con l'ambizione di sostituire i libri di testo con l'iPad e i corsi universitari su iTunes (U).
Come sempre, tutto estremamente bello, curato, spettacolare. Nuove strade da percorrere, praterie incontaminate, la nuova frontiera che dal West passa al digitale.
Ma anche una retorica un po' frusta e sempre più scoperta, che sembra essersi spinta troppo in là...
Gli e-book su iPad, che spingono la forma libro in tutte le direzioni - grazie a un efficace integrazione tra testo, immagini, audio, video, animazioni, pop-up e amenità varie - e possono integrare in un solo percorso di senso interattivo tutte quelle divagazioni che un polveroso libro di testo non consentiva (oltre a essere usate già per qualche romanzo - anche se l'effetto rischia di essere quello del primo "cinema delle attrazioni").
E l'integrazione degli iPad nell'attività curricolare di high school e college, che fa fare un grande balzo in avanti alla didattica, mette in mano ai docenti nuovi strumenti per catturare un'attenzione che sfugge, compie l'ultimo passaggio tra un'educazione alle nozioni e una preparazione alla ricerca in un mondo di information overload. E, incidentalmente, toglie pure chili e chili di peso dalle spalle dei poveri studenti.
Però c'è un però, e bello grande. Apple insiste sul suo modello consueto - device e software di indubbio valore, molto hype e promozione, "fighismo percepito" alle stelle -, ma lo sposta dai mercati dei media - la musica, la televisione - a un sistema che mercato non dovrebbe essere, o che comunque non è solo mercato, come la scuola. E qui - letteralmente - casca l'asino.
Primo. Gli e-book e iPad sono un sistema ottimo, ma non per tutti: e una politica di sconti alle scuole non sembra sufficiente a ridurre la portata di enormi diseguaglianze sociali, un (ulteriore) allargamento della forbice tra chi può e chi non può. Il quartiere povero, il ghetto popolato da ragazzini con l'iPad sembra, in tempi di crisi, vera e propria fantascienza.
Secondo. Gli e-book e iPad sono un sistema chiuso, proprietario, e le scuole che lo adotteranno si legheranno mani e piedi a un meccanismo sì perfetto, ma dalle conseguenze non irrilevanti: la scelta dei libri nel parco di editori e autori che useranno quel sistema (e conseguente "attrazione forzata"), la necessità di rinnovo dei device, di aggiornamento dei testi, ecc. in mano a un solo cardine che tiene in piedi il sistema.
Terzo. Per un'azienda che ha basato la sua filosofia sull'inesausto elogio della creatività, sul genio di Steve Jobs, sul think different, il rischio - commercialmente più che compensato, per carità - è quello dell'omologazione, dell'appiattimento, del fissarsi di uno standard de facto e di rigidità inedite.
Non sarà un passo troppo grande, anche per Apple? Staremo a vedere. Certo, sembra proprio il realizzarsi di quell'immagine - un po' scherzosa e un po' no - che da tempo circola in rete, che è ambientata proprio in un'aula universitaria, e che da sola basta a demolire - oggi, nel 2012 - quello che resta del think different.
(to be continued?)

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