Suona paradossale, ma sì, è così: si riproduce illegalmente soltanto l'opera che gode già di ampia reputazione e che costituisce quindi un mercato sicuro. In questo senso, il moltiplicarsi di libri elettronici piratati sarebbe un indicatore significativo dell'affermarsi del nuovo standard. Le premesse, del resto, non mancano. Bestseller come Harry Potter sono circolati anche sotto forma di ebook non autorizzati. Dove c'è domanda, i pirati provvedono a soddisfarla.
(dall'intervista ad Adrian Johns, autore di Pirateria, Bollati Boringhieri, Torino 2011, su "Avvenire" del 24.04.11)
"Dove c'è domanda, i pirati provvedono a soddisfarla". Vale dunque la pena, anche filosoficamente, di contrastare la pirateria? Se ne sta parlando molto, aggiungiamo la nostra.
La pirateria, così come le abitudini che ha diffuso, stanno diventando lo standard del consumo online di prodotti e di cultura audiovisiva. E presto diventeranno lo standard, punto.
La pirateria è il più rivoluzionario "modello di business" del mercato editoriale, televisivo e cinematografico da decenni a questa parte. Ed è l'unico che la rete tolleri. Anche se editoria, televisione e cinema ancora non se ne sono accorti, o comunque faticano ad accorgersene.
Qual è il problema? Che non si tratta di un modello di business economicamente sostenibile, dal momento che il proprietario non riceve nessun compenso, se non la notorietà, per i suoi prodotti.
Dal punto di vista dei broadcaster, la questione sul piatto diventa la scelta tra due soluzioni: da un lato, quella di imporre il proprio modello di business, sviluppato ed efficace in un'altra epoca, contrastando una nuova forma "pirateria-based"; o, dall'altro, quella di assecondare le soluzioni nate spontaneamente dalla rete, cercando di tradurlo in un modello che possa generare ricavi.
Su questo secondo versante si situano tutte le aziende nate in rete, che condividono con la rete il DNA, e che hanno o promettono di avere successo: Netflix, Amazon, Spotify, Facebook, Google, solo per nominarne alcune. E' forse giunto il momento che anche editori e broadcaster "tradizionali" ribaltino la loro posizione in materia e, sui contenuti non lineari, inizino a confrontarsi direttamente (e non di difesa) con questo mondo?
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